DA SEMPRE, LOTTIAMO CON ORGOGLIO.

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Quest’anno, a causa del Coronavirus, non potremo scendere in piazza per il Roma Pride, ma il nostro orgoglio non si ferma.

La Covid19, infatti, come un riflettore, ha acceso improvvisamente la luce su una società debole, fatta di fragilità, solitudini e contraddizioni, incapace di reagire quando il profitto di poche persone mette in discussione il benessere comune. Ancora una volta, poi, nella crisi, le soggettività marginalizzate dalla politica sono quelle che devono pagare il conto più alto. Come persone LGBTQIA+ rientriamo tra le comunità che hanno sopportato sacrifici e sofferenze durante il lockdown, a causa dell’insufficienza, e spesso dell’assenza, di tutele legislative e di politiche pubbliche.

La nostra voce, che nessuna mascherina potrà mai contenere, vuole essere strumento per raccontare le nostre storie e immaginare un mondo nuovo.

La nostra emergenza

Le risposte politiche e mediatiche con cui è stata affrontata l’emergenza sanitaria sono state influenzate da una visione culturale profondamente familista.

La casa non è un luogo necessariamente sicuro. Molte di noi dentro casa vivono vessazioni e umiliazioni quotidiane per il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere.

La famiglia, inoltre, non è automaticamente uno spazio di affetto e benessere. Molti di noi in famiglia vivono manipolazioni, ricatti e violenze perché divergono dalle aspettative e dalle norme sociali.

Molte di noi non hanno una casa in cui vivere o non hanno una famiglia, spesso proprio perché queste erano una tortura. Molti di noi, negli anni, hanno costruito legami affettivi alternativi che sono stati totalmente ignorati e negati, imponendo per decreto una gerarchia qualitativa delle nostre relazioni.

Durante il lockdown, abbiamo ancora una volta sperimentato cosa significa essere discriminate dalla società e dallo Stato. Lo abbiamo visto quando non potevamo andare in giro con i nostri figli e le nostre figlie perché lo Stato si ostina a non riconoscere il fatto che siamo anche genitori; quando avevamo paura a uscire di casa perché il nostro documento di identità rivela la nostra transizione di genere; quando, per spiegare alle forze dell’ordine chi era la persona da cui stavamo andando, ci siamo sentiti costrette a fare coming out; quando abbiamo riscontrato difficoltà nell’accesso alle cure o quando abbiamo dovuto parlare del nostro stato sierologico da HIV con le forze dell’ordine, a causa dello stigma che ancora associa omosessualità e HIV; quando abbiamo scelto di non uscire, anche se ci era necessario, per evitare quello stato di ansia o quando per farlo ci confrontavamo con le forze dell’ordine sperando di incontrare interlocutori preparati.

Sappiamo cosa vogliamo e lotteremo per ottenerlo.

A questo punto di un’emergenza non solo sanitaria, ma anche economica e sociale, crediamo che presupposti nuovi e diversi debbano essere la base per una vera ricostruzione politica e culturale del Paese.

Dobbiamo costruire nuovi mondi: non vogliamo tornare alla normalità, perché la normalità era il problema.

In tal senso, manca ancora nel nostro Paese una legge contro l’omo-lesbo-bi-trans-intersex-afobia, che combatta questo pericoloso fenomeno che mette a rischio le nostre vite. Provvedimenti come questi devono confrontarsi con le esigenze e le rivendicazioni della nostra comunità. La lotta all’omo-lesbo-bi-trans-intersex-afobia non può esaurirsi nel riconoscimento dei crimini d’odio. A maggior ragione quando in troppi ambiti è lo stesso Stato a non riconoscere i nostri diritti e la nostra dignità. Lo Stato deve affrontare il fenomeno in un’ottica laica e più ampia, valutandone le diverse matrici e intervenendo su esse con misure concrete di supporto alle strutture di accoglienza e aiuto, il potenziamento e l’autonomia dell’UNAR, disposizioni di monitoraggio per l’ISTAT. Oltre a questi interventi, un vero cambiamento culturale può partire solo dalle scuole e dall’università, dalla formazione e dall’informazione: servono in primis interventi di modifica dei piani formativi e didattici e l’introduzione dell’educazione sessuale e all’affettività. E’ urgente poi una battaglia per mettere al bando le “terapie riparative”, vere e proprio torture a danno delle persone della nostra comunità. E’ in questa direzione che dovrebbe muoversi la legge che arriverà presto in Parlamento, senza compromessi al ribasso.

È inoltre importante che l’Unione Europea condanni con forza i recenti interventi legislativi transfobici e intersexfobici portati avanti da alcuni governi di Stati membri durante la pandemia.

Siamo consapevoli che il contrasto dell’omo-lesbo-bi-trans-intersex-afobia rappresenti una complessa sfida culturale da affrontare e vincere anche all’interno della nostra stessa collettività, avviando un processo di discussione interno e inclusivo.

Allo stesso tempo, le nostre famiglie, tante e diverse, non possono essere invisibilizzate ancora: per noi la genitorialità è una scelta, che si basa su amore e responsabilità, per questo chiediamo subito una legge che dia la possibilità a due madri o due padri di assumersi entrambi le proprie responsabilità genitoriali riconoscendo i propri figli e le proprie figlie. Questa rivendicazione è parte integrante di una necessaria e radicale riforma nel campo dei diritti delle famiglie, che intervenga anche sull’accesso al matrimonio egualitario e all’adozione sia per le coppie dello stesso sesso che per le persone singole.

Le nostre famiglie sono anche le relazioni poliamorose e in generale tutte le forme alternative di affettività, le nostre amicizie, i luoghi che abbiamo deciso di vivere quotidianamente, fondati su rapporti paritari e di reciproco aiuto.

Da questa emergenza, è inoltre emerso con ancora più forza che il diritto alla salute deve essere garantito attraverso investimenti consistenti alla sanità pubblica, gravata da anni di tagli, esternalizzazioni e privatizzazioni. Diritto alla salute significa anche occuparsi del benessere psicologico delle persone, senza stigmatizzazione o banalizzazioni.

Non si può pensare che, a causa delle emergenze, altri diritti, già a rischio, vengano ulteriormente messi in discussione: il diritto all’aborto sicuro e gratuito, l’accesso alle cure e ai farmaci per garantire un’esistenza felice e dignitosa e, più in generale, a tutte le pratiche di autodeterminazione sui nostri corpi e sulle nostre vite.

In particolare, come soggettività trans* e non binarie, abbiamo sperimentato una condizione di sospensione ancora maggiore, già gravata dal fatto che le nostre vite possono essere messe in pausa dal potere delle parole di personale giudiziario, medico e psichiatrico. Per questo chiediamo il riconoscimento delle nostre identità, indipendentemente dai percorsi di transizione già intrapresi, e in ogni caso fuori da percorsi di patologizzazione obbligata, partendo dal superamento della legge 164/82, che porti anche all’inserimento nei LEA (livelli essenziali di assistenza) dei percorsi di affermazione di genere.

A maggior ragione, come persone intersex dobbiamo avere il diritto di scegliere se e quando intervenire sul nostro corpo, impedendo che venga fatto alla nascita dal personale medico, senza il nostro consenso.

Nell’immaginare il nostro futuro non ci accontentiamo di misure pacificatrici e non ci sottraiamo a dare voce ad istanze che attraversano e superano la nostra comunità.

Immaginiamo un futuro femminista e transfemminista, fondato sull’autodeterminazione delle donne e dove non ci sia spazio per la violenza maschile e patriarcale. Durante il lockdown, inoltre, come donne abbiamo maggiormente subìto il peso del lavoro di cura e domestico, di cui ci siamo dovute occupare rinunciando alle nostre vite.

Immaginiamo un futuro ecologista, dove sia garantito il diritto all’esistenza e dove gli spazi pubblici e le nostre città non siano solo vetrine per turisti ma spazi inclusivi di ogni soggettività, spazi aperti in cui poter vivere, divertirsi e sentirsi libere di essere e camminare.

Immaginiamo un futuro dove il predominio e privilegio bianco venga finalmente superato; sosteniamo la lotta del movimento BlackLivesMatter che mette in discussione anche il razzismo istituzionale e strutturale del nostro Paese.

Immaginiamo un futuro dove i diritti non si debbano meritare. Un futuro dove la dignità delle persone migranti non sia un “premio” da concedere perché il nostro lavoro è necessario, ma il riconoscimento di ciò che ci spetta; dove il sostegno alle persone economicamente fragili non sia né la paghetta dello Stato-padre che ci dice come dobbiamo vivere, né qualcosa da guadagnarci attraverso dei lavori socialmente utili.

Immaginiamo un futuro in cui i saperi siano liberi e l’istruzione gratuita e di qualità, in cui sia garantito l’accesso libero fino ai più alti livelli del sapere e venga permesso anche alle persone più vulnerabili il diritto allo studio.

Immaginiamo un futuro in cui venga tutelato il lavoro e il diritto ad un’esistenza degna, tenendo conto delle soggettività più a rischio: la nostra comunità sarà infatti tra le più colpite in termini di opportunità e vulnerabilità nel post emergenza. Lo Stato deve farsene carico, garantendo politiche pubbliche di sostegno al welfare, istituendo un reddito di base universale per garantire un’esistenza degna e autonoma: tutto questo dovrebbe emergere da un ripensamento delle dinamiche economiche e dovrebbe essere affiancato ad una politica di redistribuzione della ricchezza che abbatta le pesanti diseguaglianze esistenti.

Immaginiamo un futuro in cui l’esperienza mutualistica, la solidarietà e la cooperazione siano riconosciute come fondamenta imprescindibili, dove le associazioni di volontariato e le reti sociali siano sostenute dallo Stato nel loro compito di arginare il disagio economico e le sue conseguenze e dove costruire comunità solidali ed egualitarie per non lasciare indietro nessuna persona.

Il senso di comunità generato dalla e nella crisi deve germogliare, per poter costruire un nuovo spazio del possibile, ribaltando un’impostazione monolitica della società che esclude ed emargina.

Siamo state rintanate per molto tempo. Uscire fuori non era previsto. Vederci, riunirci, persino toccarci, ci era vietato. Non parliamo degli ultimi mesi. Parliamo degli ultimi secoli. Millenni, forse. Per troppo tempo abbiamo fatto finta che ci andasse bene così. Poi, abbiamo cominciato a lottare e dal quel giorno, non ci siamo più fermati. E quando è stato il mondo a doversi fermare, noi eravamo già pronte a lottare. Perché in fondo, dentro o fuori, lo facciamo da sempre.
Da sempre, lottiamo con orgoglio.